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Precari a tempo indeterminato - napoli
PRECARI OGGI E PRECARI DOMANI?
IL DISEGNO DI LEGGE MORATTI E LE PROSPETTIVE DI MOBILITAZIONE
IL DISEGNO DI LEGGE MORATTI E LE PROSPETTIVE DI MOBILITAZIONE
ASSEMBLEA PERMANENTE DEI PRECARI DELLA RICERCA NAPOLETANI
Marzo 2004
Marzo 2004
Precari oggi e precari pure domani?
Le recenti mobilitazioni hanno espresso da parte dei docenti, degli studenti e dei ricercatori l’esigenza di opporsi con forza, ed unitariamente, al progetto di riforma Moratti. Se con la riforma Zecchino l’università ha visto aggravare la condizione di precarietà e incertezza dei propri percorsi formativi, didattici e della ricerca, la proposta della Moratti rappresenta il tentativo più chiaro e palese di depotenziare il sistema universitario italiano attribuendogli esclusivamente una funzione didattica di basso profilo e legata alle esigenze dei mercati più forti. Questa università sarà attraversata da figure senza alcun legame stabile con l’istituzione di cui dovrebbero essere parte integrante; figure demotivate e dequalificate, precarizzate nei rapporti di lavoro e nella retribuzione. A questo tentativo, si affianca l’intento di assegnare la ricerca scientifica ad istituti - definiti d’eccellenza - dalla natura pubblico-privata e dalle caratteristiche verticistiche ed aziendaliste. Enti orientati ad una ricerca applicata finalizzata al mercato e guidata da interessi forti (vedi gli enormi investimenti fatti dal governo nell’Istituto Tecnologico Italiano seguiti allo smantellamento degli Istituti Nazionali di Fisica della Materia, o il costituendo policlinico bio-medico dell'Opus Dei). Il parallelo processo di riforma Moratti della scuola del I e del II ciclo, e quello in atto già da tempo del Sistema Sanitario Nazionale evidenziano il più generale tentativo di depotenziare i servizi pubblici a favore di un privato costoso, élitario e dominato da interessi forti. La precarizzazione delle diverse funzioni che esercita l’università nel suo insieme non è una scoperta della Moratti ma è uno stato di cose che condiziona da anni la vita di un numero crescente di persone e figure professionali non riconosciute. Figure che sono genericamente inquadrate nella dicitura: PERSONALE NON STRUTTURATO. Dottori di ricerca, borsisti, assegnisti, personale tecnico e amministrativo precarizzato, collaboratori a diverso titolo e nelle più disparate mansioni. Tutte figure che lavorano nell’Università per la didattica, la ricerca e nell’offerta di servizi ma che vivono un quotidiano fatto di precarietà del reddito e degli incarichi e che non dispongono di alcun riconoscimento. Anche grazie alle esperienze ed alla particolare posizione nell’università di queste figure così presenti eppure istituzionalmente invisibili, è possibile dare maggiore forza e concretezza all’attuale mobilitazione contro il progetto della Moratti. Peraltro, siamo convinti che oggi più che mai sia necessario avviare una seria riflessione sulle necessità di riforma di un sistema d’istruzione e ricerca universitaria in crescente difficoltà. Ciò è possibile solo a partire da un concreto ed efficace dialogo tra docenti, ricercatori, collaboratori (siano essi strutturati o non strutturati), studenti e personale tecnico-amministrativo.
I Riforma dell’Università e riforma del mercato del lavoro
Benché possa sembrare una affermazione ovvia e banale, al limite stupida, chi pensa non può smettere di pensare. Altrettanto ovvio – forse perché siamo irrimediabilmente ottimisti - è sostenere che il pensare è il primo, necessario, momento di un processo di produzione di sapere. Anche se qualche volta questo non accade, chi produce sapere attraverso la propria attività intellettuale non dovrebbe smettere di pensare, di esercitare la propria riflessione. Ovvio, banale, scontato. Ma cosa accade se il lavoratore in questione – lavoratore intellettuale certo, ma pur sempre lavoratore – finisce per trovarsi in una condizione di precarizzazione della propria attività? In altre parole, cosa accade se qualcuno o qualcosa viene a dirgli che per qualche mese può tenere il cervello acceso (e lavorare) e qualche altro può pure spegnerlo - a seconda dei finanziamenti, delle disponibilità e delle necessità del mondo del lavoro? Le precedenti considerazioni non sono una provocazione ma costituiscono il nodo di una questione cruciale perché il campo del sapere e della formazione resta un nodo centrale della vita sociale e della produzione, considerata nel suo spettro più ampio. In tal senso, il lavoratore intellettuale vive nel mercato del lavoro e così come ogni altri, egli rende disponibile ed esercita la propria forza-lavoro ricavandone – tra le altre cose - un salario. Le diverse riforme universitarie (e scolastiche) succedutesi dagli anni ’90 in avanti non possono essere comprese appieno senza inserirle nella più generale trasformazione del mondo e del mercato del lavoro. Infatti, ese intendevano incidere sul sistema Università così da renderlo progressivamente più vicino al contesto economico sia nella didattica - obbligata ad essere più spendibile nel mercato - sia nella ricerca - valutata a partire dalla sua aderenza alle richieste dei mercati. Appare chiaro perché i temi della flessibilità e della precarietà nell’università e nella scuola vengano imposti con la stessa forza, la stessa ideologia produttiva e la stessa pervasività delle riforme del mercato del lavoro e dello stato sociale. Con le debite differenze storiche e programmatiche un filo non troppo sottile lega la riforma Ruberti, quella Berlinguer, quella Zecchino ed infine il progetto Moratti con il patto per il lavoro, i CoCoCo, la legge Biagi e l’articolo trenta. A ben guardare, precarizzazione e aziendalizzazione, funzionalizzazione delle strutture educative e formative rispetto alle nuove esigenze del mercato del lavoro sono i processi che negli ultimi 15 anni stanno attraversando e trasformando le nostre universita` e, in generale, tutti i luoghi della formazione. In questi anni, le proposte di riforma del sistema universitario sono sempre state indissolubilmente legate alle riforme del mercato del lavoro. Non e` un caso se tutta la legge sul riordino dei cicli faccia continuo riferimento alle leggi sul lavoro e rimanda frequentemente ai possibili accordi che le istituzioni locali stipuleranno sul territorio con le imprese e i sindacati. La riforma proposta da Berlinguer (1997) è strettamente intrecciata al cosiddetto "pacchetto Treu", così come le recenti proposte del governo Berlusconi sono connesse alla legge 30 del 2003 (Legge Biagi). La base su cui va ad innestarsi l'attuale riforma (cosi` come le proposte di riforma che l'hanno preceduta) e` rappresentata dall'autonomia finanziaria degli istituti formativi. Va ricordato che il progetto di autonomia universitaria risale alla fine degli anni 80; il primo tentativo di strutturarlo fu realizzato dal ministro Ruberti nel 1990, duramente contestato in tutta Italia dal movimento della Pantera. Il concetto di autonomia consiste nel delegare alle singole scuole e università le modalità di reperimento dei fondi sia attraverso la diversificazione dell'importo delle tasse di iscrizione sia attraverso la stipula di accordi tra gli istituti e le strutture produttive dislocate sul territorio, cioé le imprese. Ogni impresa finanziatrice avrà la possibilità di imporre la propria volontà nella programazione didattica e scientifica, ma anche di realizzare contratti di apprendistato che costituiranno crediti formativi per il proseguimento nei percorsi di istruzione e di istruzione e formazione professionale. Le aziende avranno la possibilità di finanziare corsi monotematici, lauree brevi o dottorati di ricerca. La ricerca pubblica sembra così destinata a scomparire. La ricerca di base, quella che porta solo un avanzamento della conoscenza, senza alcun introito economico, non avrà alcun finanziamento per poter sopravvivere. E se da una parte sempre meno fondi vanno stanziati per la ricerca pubblica, sono previsti sempre maggiori investimenti per l'alta formazione professionale (centri di eccellenza) e per gli istituti per la ricerca tecnologica. Emblematico è il finanziamento stanziato per la creazione dell' Istituto Italiano di Tecnologia, contemporaneo allo smantellamento dell'INFM (Istituto Nazionale di Fisica della Materia) e CNR (Centro Nazionale di Ricerca). La fondazione Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) è stata isituita «con lo scopo di promuovere lo sviluppo tecnologico del Paese e l'alta formazione tecnologica, favorendo così lo sviluppo del sistema produttivo nazionale» e con un finanziamento di 50 milioni di euro per l'anno 2004 e di 100 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2005 al 2014, con l'obiettivo di «conseguire brevetti innovativi di prima generazione, quelli che costituiscono la base per la ricerca applicata, sviluppata poi da altri istituti o dalle aziende». Il legame tra produzione dei saperi e mercato del lavoro è stretto e non c’è da soprendersi se quella flessibilità richiesta in ogni settore produttivo venga ora allargata anche ai diversi luogi dell’istruzione, della formazione, dell’educazione. Ma con quali risultati per chi in questi luoghi ci vive e lavora?
II. La condizione attuale del precario della ricerca
A nostro parere, il dibattito attuale sulla flessibilità nel mercato del lavoro è segnato in modo preoccupante dall’assenza di un’accurata riflessione critica sulle condizioni materiali di vita dei cosiddetti “lavoratori atipici”. Riportare dunque il discorso sulla flessibilizzazione del mercato del lavoro dalla sfera astratta delle proposizioni di principio e degli enunciati ideologici a quella concreta e materiale delle condizioni reali di disagio delle persone rappresenta una battaglia culturale e politica che può avere importanti implicazioni pratiche. Pur essendo espressione di un ceto come quello accademico tradizionalmente ritenuto di elite, il precariato intellettuale e scientifico esprime una condizione di vita e di lavoro che, in molti aspetti, non differisce affatto da quella delle altre figure del precariato che attraversano la nostra società. E ciò perché la sua essenza profonda resta quella della prestazione di forza lavoro – nella fattispecie, di tipo intellettuale - in un contesto caratterizzato dalla negazione di un quadro certo di garanzie e di diritti per i lavoratori subordinati o para-subordinati e caratterizzato al tempo stesso da livelli crescenti di compressione salariale. Questa condizione accomuna oggi tutti i segmenti del mercato del lavoro: da quelli del lavoro manuale più tradizionale – si veda il caso della protesta degli autoferrontranvieri – fino a quelli apparentemente più qualificati, rappresentati da figure come i precari della ricerca per l’appunto e in genere da tutti coloro che sono impegnati nei comparti di produzione immateriale dell’economia post-fordista. Così come accade negli altri settori del precariato sociale, il tratto distintivo che oggi definisce la condizione del lavoratore precario della ricerca è rappresentato dalla sua estrema frammentazione contrattuale: si va dai dottorandi di ricerca, che, pur essendo almeno formalmente impegnati in studi superiori, già vivono a pieno sulla propria pelle la condizione di precari della ricerca, fino a variegate e anche confuse tipologie lavorative e contrattuali che comprendono gli assegnisti di ricerca e i borsisti post-doc, i cultori della materia e i contrattisti “a progetto”. Quello che accomuna tutte queste figure è il fatto di vivere e lavorare in una condizione di costante e prolungata incertezza lavorativa e occupazionale, alla costante ricerca di un qualche finanziamento (che a volte arriva, altre volte no, oppure altre volte con molti mesi di ritardo) che permetta loro di “tirare avanti” fino a quando non giunga il momento del tanto sospirato concorso pubblico. Inutile dire che le possibilità poi di poter vincere un concorso universitario dipendono in modo molto relativo dall’impegno e dalle capacità dei ricercatori e sono piuttosto condizionate in maniera decisiva dalla forza e dal potere del gruppo accademico al quale il ricercatore stesso “fa riferimento”. Inutile dire anche che il ricercatore difficilmente potrà scegliere di lavorare con chi preferisce, sulla base dunque dei propri interessi scientifici e – perché no? – delle proprie preferenze politiche e culturali, ma dovrà, invece, mostrare fedeltà alla propria cordata accademica (scelta in genere ai tempi della tesi di laurea), perlomeno fino a quando non sarà entrato stabilmente a far parte del sistema universitario. Gli ampi margini di discrezionalità e anche di imprevedibilità degli attuali meccanismi di reclutamento fanno sì che coloro che decidano di intraprendere una carriera scientifica debbano anche necessariamente mettere in preventivo di dover tollerare procedure di assunzione spesso gestite con metodi arbitrari e discriminatori, frutto di logiche clientelari e di potere. Questa situazione naturalmente non fa che accrescere i sentimenti di frustrazione tra i “giovani ricercatori” (se così si può chiamarli visto che spesso hanno largamente superato la soglia dei trent’anni). E può avere l’effetto anche di produrre veri e propri fenomeni di competizione sleale tra i ricercatori precari, che possono non vedere altra strada di successo che quella di guadagnarsi il favore dell’accademico di riferimento a spese del collega che si trova nella sua stessa condizione. Non è sorprendente, da questo punto di vista, leggere le cronache dei giornali che riferiscono come sia l’università uno dei luoghi dove oggi più si trova a essere praticato il “mobbing” nei rapporti di lavoro. È chiaro dunque come la condizione di precariato e incertezza alla quale sono costretti per lunghe fasi della propria vita (e domani, chissà, in maniera permanente) coloro che entrano nel mondo ricerca neghi nei fatti ogni possibilità che la flessibilità sia vissuta come esperienza di autonomia e di indipendenza e non di ricatto e subalternità verso il più forte. La negazione di autonomia e indipendenza personale non è solo la conseguenza dei meccanismi di reclutamento accademico di cui si è appena detto. È piuttosto un elemento che caratterizza tutti gli aspetti della vita del precario universitario. In primo luogo, come tutti gli altri lavoratori a tempo determinato, anche il ricercatore precario non ha la possibilità di accedere a mutui, prestiti o ad agevolazioni fiscali. L’incertezza costante del reddito, inoltre, non fa che esporlo inesorabilmente anche all’incertezza abitativa (i progetti pagano qualche mese sì qualche mese no, il padrone di casa vuole invece essere pagato ogni mese). Per non dire di quella previdenziale: ogni anno di lavoro corrisponde a contributi previdenziali risibili quando non assenti. Ma anche senza voler guardare al tempo remoto della pensione, si deve sottolineare come al precario venga negata ogni possibilità di costruire finanziariamente il proprio futuro – come spesso si sente dire negli spot pubblicitari delle assicurazioni o negli slogan dei ministri della repubblica (che poi spesso in Italia coincidono!): infatti, i livelli assolutamente inadeguati delle retribuzioni rispetto al costo reale della vita non consentono alcun risparmio che non sia finalizzato a sopravvivere in quei mesi in cui il destino non abbia riservato al “giovane ricercatore” una qualche fonte di finanziamento. Nei luoghi di lavoro, poi, ovvero nelle università, la mancanza di una definizione certa di ciò che compete o non compete per contratto trasforma il ricercatore precario in una peculiare figura di abile tuttofare, impiegabile in ogni contesto e funzione: didattico, di ricerca, persino amministrativo. In aggiunta all’assenza di diritti e di garanzie, ciò fa del precario della ricerca una manodopera altamente qualificata e flessibile, e per di più in genere silenziosa, poco costosa e altamente esposta al ricatto. I precari della ricerca non hanno infatti diritto all’astensione dal lavoro, non hanno ferie, non hanno maternità o paternità, non hanno insomma alcuno status di cittadinanza reale: sono, in breve, delle vere e proprie non-persone,generate da un’istituzione come quella universitaria che al contrario dovrebbe essere il luogo deputato alla crescita civile e culturale della nostra società. I precari della ricerca possono dunque essere definiti come l’espressione intellettualmente caratterizzata del precariato lavorativo. I luoghi di lavoro possono apparire nobili e prestigiosi a chi li guardi dall’esterno, ma la sofferenza e il disagio sono gli stessi che si sperimentano altrove. Anzi, può spesso accadere che siano imprevedibilmente più elevati: a causa delle croniche condizioni di sovraffollamento dell’università italiana (determinata dall’assenza di una seria politica di investimenti pubblici), i ricercatori precari sono infatti costretti a lavorare in contesti del tutto inadeguati, dove anche possedere una propria scrivania personale può essere un privilegio riservato a pochi. E tale situazione ovviamente non fa che peggiorare al Sud, dove le università dispongono di risorse finanziarie e di strutture fisiche di gran lunga inferiori rispetto a quelle del Centro-Nord. Insomma, chiamiamoli come meglio preferiamo: precari della ricerca e della didattica, giovani ricercatori, personale non strutturato. La sostanza non cambia (anzi con la Moratti peggiora): precari oggi e precari pure domani.
III. Legalizzare la precarietà: il disegno di legge Moratti
Vediamo dunque, da vicino, come il governo Berlusconi si proponga di mettere mano al tanto contestato “riordino della docenza universitaria”. Le preoccupazioni maggiori, suscitate dal DDL, riguardano i meccanismi di reclutamento, vale a dire le procedure proposte di assunzione del personale universitario docente e di ricerca. Il disegno di legge prevede l'istituzione di un doppio canale di reclutamento: uno che funziona sulla base del conseguimento dell'idoneità scientifica nazionale e l’altro che invece si avvale di contratti di diritto privato. Nel primo caso, si accederebbe dunque al posto universitario tramite procedure bandite sul piano nazionale, mentre nel secondo caso la modalità di assunzione sarebbe affidata alla chiamata diretta da parte delle Università. In entrambi i casi, l'assunzione sarebbe di carattere temporaneo. Secondo l'iter prefigurato con il primo canale di reclutamento, il conseguimento dell'idoneità nazionale, bandita ogni due anni alternativamente per la I e la II fascia di docenza, avrebbe una durata di cinque anni, ma senza poi la certezza di immissione in ruolo del docente: l'assunzione è infatti subordinata alle capacità di assorbimento del personale e quindi alle disponibilità finanziarie degli atenei. Terminati i cinque anni di validità dell’idoneità il DDL, tuttavia, non chiarisce che cosa potrà accadere qualora poi non si procedesse all’assunzione del docente: si afferma, in termini piuttosto vaghi, che vi sarebbe una qualche forma di riconoscimento del titolo a fini concorsuali nella pubblica amministrazione, ma nella sostanza si affida al mercato il compito di “riassorbire” il docente che si trovasse a essere in eccedenza rispetto agli organici previsti (ovvero finanziabili). Se non vi è garanzia alcuna a che l’assunzione avvenga per davvero, non vi è nemmeno garanzia che le procedure di reclutamento diventino ora più trasparenti e democratiche. Anzi: il drastico accorpamento disciplinare previsto dalla (contro-)riforma Moratti non può avere che l’effetto di accentrare il potere accademico all’interno di una cerchia ristretta di figure di riferimento, scelte (è questa la novità) per nomina governativa e investite della facoltà di definire gli orientamenti-guida delle commissioni giudicatrici dei concorsi. Non è difficile immaginarsi quale sarà il destino dell’università, se si pensa al modo in cui l’attuale coalizione ha gestito il potere delle nomine governative in un settore cruciale come quello delle telecomunicazioni. In ogni caso, qualora i docenti di I e II fascia riuscissero ad accedere a un incarico, il primo sarebbe comunque di carattere temporaneo, della durata di tre anni e rinnovabile per altri tre. Una volta conclusi i sei anni si sarebbe sottoposti a una valutazione finale “di merito secondo modalità e criteri definiti dall’università stessa”: senza dunque non solo la garanzia di una successiva immissione in ruolo, ma senza che ciò dipenda dall’effettivo impegno dimostrato dal docente, quanto dalle “disponibilità di bilancio” dell’università che sta procedendo al reclutamento. Se la prima tipologia di assunzione prefigura un percorso di reclutamento dal carattere quanto meno incerto e nebuloso, per chi fosse ancora intenzionato ad intraprendere la carriera universitaria e non scoraggiato dalle prospettive offerte dalla riforma, quella a chiamata diretta si può dire che sgombri il campo da ogni ambiguità: maggiore ricattabilità da parte degli strutturati, asservimento della ricerca agli obiettivi dei finanziatori (pubblici e privati), assoluta incertezza sulle possibilità di rinnovo contrattuale saranno le caratteristiche costituenti della figura professionale di docente a tempo determinato prevista dalla riforma. Il tempo dell’incarico non viene indicato con precisione, giacché esso sarà stabilito nel contratto. È prevista solo una limitazione nella possibilità di rinnovo, che non dovrà superare per legge le tre annualità consecutive. L’impiego di questa figura da parte delle università, inoltre, non potrà superare il 50% del numero complessivo dei docenti impiegati. Ma questa regola sarà applicabile soltanto alle università statali: che cosa succederà, a questo punto ci si può chiedere, nelle università private o “libere” che stanno proliferando in questi ultimi anni in Italia e che continuano a ricevere generosi finanziamenti dallo Stato? Saranno i luoghi di reclutamento per le elite universitarie o, più semplicemente, per coloro che non trovano spazio nelle università pubbliche? A questo quadro si devono aggiungere le possibilità previste dal DDL di promuovere programmi di ricerca ma anche di istituire insegnamenti universitari in convenzione con soggetti pubblici e privati. Le cattedre potranno essere ricoperte dai docenti di prima fascia con un incarico al limite triennale e rinnovabile per un numero indefinito di volte. Il fatto che si sia previsto, soltanto in questo caso, la possibilità di rinnovare il contratto per un numero illimitato di volte lascia intuire come questo canale, estremamente flessibile dal punto di vista giuridico ed economicamente vantaggioso per i soggetti finanziatori, potrà diventare preferenziale rispetto alle altre forme di reclutamento. Per chi non fosse intenzionato a intraprendere la carriera universitaria, ad esempio per coloro che esercitano i mestieri riconosciuti dagli albi dei vari ordini professionali, si aprono così delle prospettive di grande vantaggio economico e giuridico rispetto all’opportunità di cumulare incarichi lavorativi universitari ed extra-universitari. Quest’ultimo meccanismo di reclutamento della docenza viene a combinarsi felicemente con un altro provvedimento introdotto dal DDL Moratti: l’eliminazione della distinzione tra tempo pieno e tempo definito, un vero e proprio regalo consegnato nelle mani di coloro che l’università già la utilizzano in maniera ora sì “flessibile” e “temporanea”, ma con tanto di contratto a tempo indeterminato e a retribuzione piena. Quanti sono oggi i professori ordinari che si dedicano con passione alle loro attività di ingegneri, architetti, medici, avvocati e così via? La riforma Moratti non fa che legalizzare questo stato di cose, alla stessa maniera in cui legalizza la condizione di precarietà dei “giovani ricercatori”. Ma dire soltanto che si legalizza la condizione di precarietà del ricercatore universitario è forse perfino troppo poco: in realtà la riforma Moratti fa di più, procedendo alla “messa in esaurimento” di questa figura professionale. Con la sua scomparsa svanisce anche l'idea dell’autonomia della ricerca scientifica, vale a dire di una ricerca non asservita agli interessi delle forze di mercato ma legata piuttosto al bisogno di conoscenza che viene dalla società. Il ricercatore viene infatti sostituito da personale precarizzato e spesso anche dequalificato: precarizzato, perché assunto con contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.) di cinque anni, rinnovabili solo per altri cinque, senza prospettiva certa di immissione in ruolo e senza riconoscimento alcuno di diritti sindacali e in genere di un quadro adeguato di tutele e garanzie sociali; dequalificato, perché il titolo previsto di accesso al contratto diventa la sola laurea specialistica, svalutando così il valore dei percorsi di specializzazione post-laurea, a partire dal dottorato di ricerca, che invece dovrebbe essere il canale fondamentale di accesso alla professione universitaria. A coronamento di tutto ciò, in un contesto in cui le assunzioni sono già bloccate ormai da anni, la proposta del governo prevede un drastico ridimensionamento dei già esigui finanziamenti pubblici per l'università e per la ricerca scientifica. La contrazione del finanziamento pubblico è compensata, secondo il proposito del governo, dall’afflusso di risorse provenienti da non meglio chiariti rapporti di collaborazione tra pubblico e privato. In realtà, il modello proposto di finanziamento dell’università sta a rivelare in pieno il carattere eminentemente aziendalista e privatista del disegno di legge presentato dal governo Berlusconi. Per questa e per le altre ragioni che sono state esposte nelle pagine precedenti, riteniamo – come precari della ricerca – che il DDL Moratti non sia emendabile sotto alcun profilo e invitiamo pertanto le componenti già attive all’interno dell’università in opposizione alla riforma Moratti, così come tutte le forze politiche, sociali e sindacali a pronunciarsi per un suo ritiro senza condizioni.
IV. Oltre la difesa dell’esistente: le prospettive di mobilitazione e l’università che vogliamo
E’ realistico pensare che le mobilitazioni che si sono sviluppate nelle ultime settimane negli atenei italiani rappresentino soltanto l’inizio di una più lunga e duratura fase di mobilitazione non solo in opposizione al disegno di legge Moratti ma anche per una trasformazione radicale dell’università? Come precari della ricerca napoletani, riteniamo che ciò possa avvenire se si assume consapevolezza dell’importanza dei seguenti punti: primo, il carattere al tempo stesso vertenziale e politico della mobilitazione, un carattere che deve spingere a compiere riflessioni di più ampio respiro sullo stato attuale dell’università italiana; secondo, la necessità di giungere a un coordinamento stabile delle iniziative di lotta nelle università italiane; terzo, l’obiettivo di perseguire un livello crescentemente europeo, e quindi post-nazionale, di mobilitazione in difesa dei diritti dei ricercatori precari e flessibili e per la trasformazione radicale dell’università. Il primo punto rinvia a una questione che riteniamo cruciale: il legame tra il piano rivendicativo e quello politico di mobilitazione. Come si è potuto vedere leggendo questo documento, ma come risulterà evidente a chiunque conosca da vicino la realtà dell’università italiana, la condizione del precariato universitario è tale da imporre con urgenza una battaglia per l’affermazione dei diritti e delle garanzie fondamentali di questo soggetto. Ben vengano, in tal senso, la proposizione di “carte dei diritti del ricercatore precario” e in genere ogni altra iniziativa che vada in questa direzione. Ciò che conta ora è affermare l’idea che i precari della ricerca hanno tutto da guadagnare da lotte e mobilitazioni che pongano al centro dell’agenda politica il riconoscimento dei loro diritti più elementari di lavoratori. Diciamo tutto da guadagnare, perché allo stato attuale, i ricercatori precari vanno considerati come veri e propri “lavoratori senza diritti”, lavoratori ai quali non vengono riconosciuti né il diritto ai contributi previdenziali né quello allo sciopero e all’organizzazione sindacale né, per le donne, quello alla maternità. Quando diciamo che abbiamo tutto da guadagnare dalle lotte di queste settimane, intendiamo anche affermare con forza l’idea che sono i precari della ricerca i soggetti più deboli all’interno dell’università, quelli che sono più colpiti da un disegno di legge come quello proposto dal governo Berlusconi, che non può avere altro effetto che rendere stabile e permanente la loro condizione di precarietà. Non è vero, come si è sentito spesso dire in queste settimane, che è in atto un “attacco contro l’università”. L’attacco, piuttosto, è diretto prevalentemente contro le componenti meno garantite del mondo universitario. Le altre componenti organizzate, che ora anche si mobilitano (come i rettori e i docenti), in realtà sono pienamente corresponsabili dell’attuale stato di degrado materiale e culturale in cui versa l’università italiana. O perlomeno lo sono quei settori in seno ad esse che attualmente detengono le posizioni di potere all’interno dell’università italiana. È vero, infatti, come è stato fatto notare, che il corpo accademico italiano in questi anni ha utilizzato le già scarse risorse disponibili per la propria autopromozione di carriera, sottraendole così al nuovo reclutamento. È sufficiente notare, a tal proposito, come il numero degli ordinari sia aumentato del 26% negli ultimi anni, mentre quello dei ricercatori soltanto del 3%. Per che cosa, d’altra parte, si mobilitarono lo scorso anno i rettori se non per le integrazioni degli aumenti di stipendi dovute al corpo docente? Così facendo, si è riusciti a trarre pieno profitto da un sistema di reclutamento (quello delle cosiddette “idoneità”) da molti giudicato pessimo, perché a gestione localistica e dunque responsabile di aver messo fine alla mobilità geografica dei ricercatori, ma da pochi realmente avversato e combattuto. L’autonomia universitaria, così come è stata interpretata e applicata dai governi che si sono alternati nelle ultime legislature, ha portato a poco altro che a un rafforzamento dei gruppi di potere già consolidati all’interno dell’università. Su questo punto, tutti devono dimostrare di avere onestà intellettuale e riconoscere che i movimenti studenteschi degli anni ’90 avevano visto giusto nel denunciare il fatto che l’autonomia universitaria avrebbe portato non a forme più democratiche e partecipative di governo degli atenei, ma soltanto al rafforzamento e all’autoriproduzione di alcuni interessi forti all’interno dell’università. Da quanto appena detto, si può comprendere quanto sia alta la posta in gioco nelle mobilitazioni di queste settimane: la battaglia per i diritti e le garanzie dei ricercatori precari è anche una battaglia per la democrazia all’interno dell’università. I ricercatori precari possono giocare un ruolo centrale in tale battaglia, non solo per la loro estraneità alle logiche di potere dominanti all’interno dell’università, ma anche perché è da loro oggi che vengono i contributi di ricerca più innovativi e anche radicali, quelli in grado davvero di disegnare un ordine del mondo diverso da quello attuale. Più alta sarà la posta in palio, più alta evidentemente dovrà essere la capacità di mobilitazione che dovrà svilupparsi nel corso delle prossime settimane e dei prossimi mesi. Riteniamo, infatti, che sia necessario dotarsi di strumenti e strutture stabili di coordinamento tra i soggetti impegnati nelle mobilitazioni. Già ne esiste qualcuna, come i siti web e anche alcune pubblicazioni cartacee. Tuttavia, noi crediamo che si debba passare al più presto a un livello “reale”, ravvicinato, di confronto alla scala nazionale: in tal senso, si propone di costituire un’assemblea permanente dei ricercatori precari italiani, un’assemblea che abbia la forza e la determinazione per avviare una vertenza politica con il governo italiano sulla questione del precariato universitario. La base di partenza di tale vertenza sarebbe quella del riconoscimento dei diritti più elementari dei precari della ricerca che lavorano nelle università e negli enti di ricerca in Italia. Ma di lì, la mobilitazione potrebbe estendersi via via fino a toccare altre questioni che noi riteniamo centrali: 1) la definizione di un percorso chiaro e coerente di formazione per coloro che vogliano dedicarsi ad attività di ricerca e di insegnamento nell’università: un percorso chevalorizzi il profilo scientifico e professionale del ricercatore e sottragga quindi questa figura all’incertezza e all’improvvisazione che caratterizzano gli attuali percorsi di formazione; 2) la messa a punto di criteri trasparenti di reclutamento dei ricercatori, criteri che siano sottoposti a meccanismi democratici di controllo dal basso e che siano fondati sulla valutazione della rilevanza sociale della ricerca svolta e non su logiche sterilmente efficientistiche e produttivistiche; 3) la questione salariale: vale a dire, la necessità di ottenere livelli retributivi che assicurino ai ricercatori condizioni quanto meno dignitose di esistenza; 4) il riconoscimento del contributo fondamentale offerto dai precari universitari alla ricerca in Italia e la possibilità per i giovani ricercatori di poter autogestire programmi di ricerca di rilevanza nazionale e internazionale. Un programma di questo tipo diventa credibile, però, soltanto se si avrà la capacità di pensare, almeno nel lungo periodo, nell’ottica di una prospettiva europea e quindi post-nazionale di mobilitazione. Infatti, per quanto la realtà del nostro Paese presenti assolutamente le proprie specificità e caratteristiche (inutile dire di che segno!), la situazione attuale dell’università italiana riflette, più in generale, la crisi dell’università in Europa. I ricercatori degli altri paesi europei vivono infatti condizioni di vita e di lavoro molto simili a quelle dei ricercatori italiani. Ciò vale per paesi con caratteristiche per molti aspetti simili a quelle dell’Italia, come la Francia, la Germania e la Spagna. Ma vale anche per la Gran Bretagna, uno dei paesi-modello per i “modernizzatori” dell’università italiana: anche qui, i ricercatori sono costretti a barcamenarsi affannosamente tra un contratto di ricerca e l’altro, per vedersi poi corrisposti salari che molti altri lavoratori riterrebbero assolutamente inaccettabili e inadeguati a guardare con serenità al proprio futuro. D’altro canto, esistono già numerose forme di collegamento tra i ricercatori europei: ad esempio tra coloro che sono impegnati in programmi comunitari di ricerca (come i programmi RTN, i cosiddetti Research Training Networks) o tra coloro che trovano nelle borse di studio offerte dall’Unione Europea (come le Marie Curie Fellowhips) possibilità di finanziamento del proprio lavoro di ricerca che vedono negate nei Paesi di appartenenza. È possibile dunque pensare a che queste reti sovranazionali, più o meno formalizzate, di ricerca offrano un’opportunità per la formazione di reti, più o meno stabili o temporanee, di mobilitazione in difesa dei diritti dei ricercatori europei? In Italia, l’attuale dibattito sull’università vede i vari partecipanti polarizzarsi in genere su due posizioni: quella di chi vede nel cosiddetto “modello anglosassone” l’unico modello possibile per la modernizzazione del sistema universitario italiano; e quella di chi invece rivendica l’unicità dei diversi modelli nazionali, e nella fattispecie di quello italiano, di università. I primi sono in genere coloro che sostengono terapie d’urto, di stampo liberista e votate al principio e alla parola d’ordine della deregolamentazione, per l’università italiana. In quest’ottica, l’università italiana è ridotta a una condizione di “periferia dell’impero”, di spazio marginale e periferico al quale non resta altro che adeguarsi al modello indicato dal paese-guida a livello internazionale. I secondi sono invece coloro che, in genere, difendono l’autonomia e l’originalità dell’esperienza italiana di università mettendo in guardia dalla facile adesione a modelli preconfezionati e importati dall’esterno. Questi secondi, però, sono in genere incapaci di disegnare un percorso vero di trasformazione dell’università e spesso riducono il proprio discorso a una mera difesa dell’esistente. Superare questi due schieramenti, vuol dire aver il coraggio finalmente di pensare a un’idea post-nazionale di università: un’idea che disegni un modello di università fondato sulla libera condivisione di saperi autonomi e critici tra gli studiosi e i ricercatori a una scala planetaria. Un’idea di università che respinga ogni logica di valutazione produttivistica ed efficientistica del lavoro di ricerca e che sostenga invece con determinazione il principio della rilevanza sociale della ricerca quale criterio fondamentale di valutazione del lavoro scientifico. Un’università, infine, che si opponga a ogni forma di restringimento della circolazione di informazioni e di saperi tra gli studiosi (mediante le leggi di copyright, i brevetti, il monopolio della produzione scientifica da parte dei grandi editori internazionali etc.) e che sappia dunque perseguire con tenacia l’ideale di un sapere scientifico cosmopolita e improntato alla ricerca di forme più inclusive, democratiche ed egualitarie di scambio e dialogo tra diversi.
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